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KROTAKO
L'ottimismo della volontà
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Sto leggendo
La principessa sul pisello.
Giusto per fare una lettura
intellettualmente evoluta...
almeno rispetto a Bruno Vespa!

Sto pensando
Che sarebbe meglio
non scrivere niente.


Il "Verbo" Calabro
A guccia a guccia,
s’inchjia ru mari!

A megghjia parola
è chira c'u ssi dicia!

A ra cazzunaggina
u cc’è rimediu!

A ragiuni è di fissa
e ru tuartu è di cornuti!

A malerva u mora mai!

Attacca u ciucciu
duvi vo ru patrùni!

Cchiù d'avuta è ra muntagna
e cchiù carrica ra nivi!

Chini nescia tundu
u mora quatru!

Chini pratica ccu ru zuoppu,
all’annu zoppia puru!

Chini si nzura
è cuntientu nu juarnu!
Chini ammazza ru puorcu
è cuntientu tuttu l’annu!


Mi viene da pensare
Icaro si è bruciato le ali
sull'altare della conoscenza...
ed è' diventato immortale!
Molti uomini, per non scottarsi,
preferiscono non provarci neanche...
Sono morti prima di nascere!


Un pò per ridere...,
o forse per non piangere


Caru Cavaliari

Caru Cavaliari,
u tti ‘ncazzari
M’ha cunsentiri,
dua paroli
ti vuagghjiu diri,
Quandu
a ra pulitica
sì trasutu
cchijù d‘ancunu fissa
t’ha cridutu
Ppi cinq’anni
ha sempri cumandatu
e ddi nua
nd’ha fattu
cuami ha vulutu.
I cazziciaddri tua
la fatti tutti
Ha fricatu l’affamati
e chjinu l’abbutti.
I quandu cci sì ttu
è tutta na trastula,
all’estiru ormai
ni cuntanu
ppi na fragula.
Ud’è ca dicu
ch’è tutta
curpa i da tua
L’atri t’aiutanu
puru quandu u bua.
L’Italianu
ull’ha canciatu
mancu u patriternu
Figurati
s’era cosa i da tua,
ca uss’ì d’eternu.
Tu sì nu signu,
sì na bandera
Ppi tutti chissi
avanzi di galera.
Tu rapprisianti
u miagghjiu juri
Ppi tutti chiri
cu ttenanu cchiju,
mancu l’onuri.
Chissu è nnu risultatu,
statti sicuru,
c’u ttu scippa nuddru,
mancu a ru scuru.
Mo, nu piaciri però,
t’haiu circari,
cci tiagnu assaj,
tu mu pua fari.
All’elezioni
cerca i vincìri,
u tti fari fricari,
su suannu è
troppu biaddru,
u nni risbigghjiari.
Ancora u ssimu pronti,
ne vaccinati
Simu sulu curnuti,
e nno mazziati.
diritti
Cittadini di serie B
24 febbraio 2007

I comuni senza ADSL, UMTS, HSDPA della Provincia di Crotone difendono il loro diritto di connessione veloce.
Parte un blog per la difesa dei propri diritti di cittadini e di cittadini digitali.
Attorno a questo blog chiediamo che si uniscano tutti quei cittadini, associazioni, e aziende della provincia di Crotone, e in modo particolare quelli che abitano, agiscono e producono nei paesi che alla data attuale sono prive di qualsiasi connessione veloce, e che pretendono di non essere dimenticati dalla Regione Calabria e dalla Provincia di Crotone  nei loro diritti di cittadini digitali.
La nostra  attività nasce in rete e porterà a sensibilizzare politici, media e organi di stampa e altri gruppi in Internet sulla situazione sfavorevole che viene messa in atto nei confronti di una parte rilevante della popolazione.
Evidentemente la Regione Calabria, la Provincia di Crotone e Telecom Italia insieme hanno deciso chi siano cittadini digitali di serie A e chi di serie B.
Per questo motivo i cittadini dei comuni esclusi dalla banda larga chiedono in tempi brevi di poter essere inseriti nei progetti relativi a questo settore di sviluppo senza rimanere nella attuale condizione di digital divide.
In una Provincia dove le “trazze” sono ancora le vie di comunicazione terrestri, si chiede di poter viaggiare nel mondo della globalizzazione attraverso le autostrade telematiche.
Invitiamo tutte le associazioni presenti sul territorio e i singoli cittadini a mobilitarsi e far sentire la loro voce sul blog e attraverso le forme che riterranno più opportune per costringere i nostri politici a muoversi concretamente su questo terreno.
http://vogliamolarete.splinder.com/




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Il nuovo partito delle poltrone
19 dicembre 2006
Il nuovo Partito Democratico, se mai nascerà, potrebbe cambiare subito nome e simbolo:
SI POTREBBE CHIAMARE "NUOVO PARTITO DELLE POLTRONE".
E' indubbio che sia ormai solo questo pezzo pregiato di arredamento l'unico obiettivo dei futuri componenti.
Come simbolo si potrebbe scegliere una qualsiasi marca di fabbriche di divani, con il guadagno anche della sponsorizzazione.
Sempre che le fabbriche di divani vogliano sporcarsi la reputazione....



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POLITICA
Che schifo!!!!
19 dicembre 2006
In Calabria siamo arrivati all'assurdo:
La spartizione delle poltrone adesso è diventata "una pausa di riflessione sui temi importanti dello sviluppo dlla regione"
Così il Governatore della Calabria ha motivato l'ennessimo rinvio della soluzione dell'ennesima crisi regionale.
CHE SCHIFO!!!!!!
Perchè noi calabresi non chiediamo l'annesione alla Libia. Magari diventando un Emirato Calabro non dobbiamo giustificarci difronte al mondo dei ricchi.....




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Come ho fatto a non rendermi conto che ero un pazzo, mentre lo votavo!
14 novembre 2006
Promemoria per Prodi:
Un grand'uomo tra folli, è soltanto un povero imbecille!



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Coglioni di tutta italia unitevi!!!!
4 aprile 2006
il 10 e l'11 aprile produciamo una imponente massa di voto spermatico tale da sommergere "lui" e tutti coloro che lo seguono.



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Questioni di logica...
22 marzo 2006
C'è una certa logica in quello che dice Berlusconi:
è veramente immorale il voto degli industriali a sinistra!
Per la stessa logica però, il voto degli italiani per luil oltre che immorale è anche masochistico.
Se il voto dei padroni a sinistra è immorale, il voto dei dipendenti dei padroni per il partito dei padroni come lo chiamate?




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POLITICA
Una proposta per chiunque vinca
13 febbraio 2006
Ma perchè una volta finite le elezioni, tutti, vincitori e vinti, non decidono di far contento Lombardo e i suoi seguaci:
Diamogli finalmente quello che chiede!
Se si forma lo stato libero e autonomo siciliano, le casse dello stato Italiano risparmieranno l'equivalente di un paio di finanziarie e forse di più, e la perdita non sarà sicuramente irreparabile.
Perchè non possiamo avere il coraggio di dire finalmente di no a questo bluf che dura ormai da mezzo secolo e più.



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POLITICA
Le posizioni politiche univoche del Centro Sinistra
13 febbraio 2006
 
Il Cavaliere come specchietto per le allodole

   
La domanda era:
Ma c'è un argomento vero su cui il Centro Sinistra ha una posizione univoca?
La risposta secondo me può essere una sola:
sui temi proposti non c’è una proposta chiara ed univoca del Centro Sinistra.
Ma vado oltre.
Non solo non c’è, ma non può esserci e non si ha neanche la benché minima volontà di trovarla.
Sul fatto che non ci sia c’è poco da dire: l’unico obbiettivo è sbattere fuori dal governo l’odiato "nemico" comune Berlusconi” . Questo fattore, oltre che unificante, è anche mimetizzante e questo lo rende oltremodo interessante sia come selvaggina che come specchio per le allodole.
Mi spiego meglio:
il vero problema non è sbattere fuori Berlusconi... ma perché.
Ovvero, quali siano le motivazioni vere che accomunano tutto il Centro – Sinistra sotto questa bandiera.
Se il motivo è quello relativo all’incapacità di questo soggetto di governare, allora i mezzi messi in campo dalla corazzata “Unione “ mi sembrano davvero spropositati: un governo che governa male viene mandato a casa dagli elettori senza che ci sia bisogno di fare eccessiva opera di convinzione.
Se il motivo attiene all’etica di governo della cosa pubblica il discorso no si discosta di molto: è vero che con Berlusconi si è raggiunto il massimo in fatto di pagliacciate e soddisfacimento di tornaconti personali, ma non mi sembra che da questa parte il ricambio sia stato così evidente rispetto agli scandali della cosiddetta “prima repubblica”. Se proviamo, come alla fine del film, a confrontare l’elenco dei protagonisti della prima repubblica con i protagonisti della seconda le uniche differenze le troviamo tra quelli che nel frattempo, solo per ragioni anagrafiche, non possono “per cause di forza maggiore” più esserci.
Se i protagonisti sono gli stessi allora è evidente che la colpa di Berlusconi può essere solo quella di aver strappato la sedia a chi ci si sedeva da secoli e la considerava ormai di proprietà.
Non sarò certamente io a difendere il Cavaliere, ma non mi va neanche di attaccarlo solo per fare un piacere a chi vuole prendere soltanto il suo posto per continuare con metodi diversi a mettermela in quel posto.
L’unica differenza che riesco a trovare tra il governo Berlusconi e un qualsiasi governo del passato sta nel metodo con cui sono state somministrate le supposte alla classe dei lavoratori. I primi lo facevano senza fartene accorgere, il secondo invece, come nell’indole del personaggio, spettacolarizzando il più possibile la somministrazione. Per il resto il cetriolo non è che abbia cambiato direzione e l’ortolano continua a riceverlo.
Se quindi il vero motivo attiene all’etica, bisognerebbe dare un messaggio chiaro a tutti quei personaggi che ancora popolano la riva sinistra della politica italiana con la non ricandidatura alle elezioni. Ma questo non sarà sicuramente possibile perché qualcuno degli esclusi potrebbe far rilevare il ruolo di Prodi nei passati governi Democristiani o di Centro Sinistra.
Il vero motivo quindi non può essere, o almeno non può essere soltanto l’etica percui Berlusconi cessa di essere selvaggina e assume il ruolo di specchietto per le allodole.
Dietro l’obbiettivo unificante della sconfitta del cavaliere si nasconde l’incapacità di tenere assieme “l’Unione” su un progetto unificante.
Perché il problema non è trovare il punto di mediazione pur sempre necessario in politica, quanto trovare elementi di chiarezza sui punti programmatici delle singole componenti dell’Unione e del Centro Sinistra.
Non riusciamo a sentire una sola affermazione chiara sui diversi argomenti sul tappeto da nessuno dei protagonisti dei diversi partiti, figuriamoci se possiamo pensare a una possibile mediazione.
Quando l’altra sera nella “terza camera dell’insetto”  a Prodi è stato chiesto di dire cosa ne pensava dei finanziamenti alla scuola privata, si è ristretto talmente da sembrare un cotechino piuttosto che una mortadella.
Su tutti gli argomenti che hai posto la risposta è diversa e si caratterizza solo per la capacità del personaggio di turno di svicolare tutta a mancina come, e meglio, di Spedy Gonzales.
Il risultato di tutto questo è un quadro desolante sui cui lati della cornice sono posti i seguenti attori:

   1. Il vertice politico del Centro Sinistra: Si fida dei sondaggi e cavalca la scia dello scontento generale.
   2. Il popolo di Centro Sinistra: Non si fida dei sondaggi, non si fida dei suoi capi, ma ha troppa paura di dover passare ancora 5 anni con questa Armata Brancaleone.
   3. I vertici del Centro Destra: Si fidano dei sondaggi e cercano di recuperare posizioni utili qualunque sia il risultato
   4. Il popolo di Centro Destra: I sondaggi li fa tutti i giorni incontrando la gente sul lavoro e al supermercato ma tende a dare tutte le colpe al Cavaliere per non dover ammettere il fallimento dei capi

Dentro la cornice una frase:

“Mala tempora currunt ppe nuautri”



permalink | inviato da il 13/2/2006 alle 20:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Bonus bebè
31 gennaio 2006

A sorpresa, un neonato riceve
la sua prima corrispondenza da "nonno" Silvio.





Nel post precedente la risposta del bebè 




permalink | inviato da il 31/1/2006 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La risposta del bebè
31 gennaio 2006
Caro Nonno Presidente,

Ti ringrazio per la bella letterina che, come dici Tu, è stata effettivamente la prima e colgo l’occasione per ringraziarti dei mille Euro che mi hai fatto assegnare dalla legge finanziaria anche se per la verità, mia madre e mio padre li considerano soltanto un parziale risarcimento di tutto quello che hanno perso durante i 5 anni del tuo governo.
Per quanto riguarda la parte relativa alla domanda ti devo dare una delusione: le prime domande me le hanno poste i miei genitori ma se questo ti può consolare, molte di queste ti riguardavano.
Ogni volta che la mamma torna da lavoro mi domanda sempre:
lo sai, piccolo mio, perché non posso stare con te tutto il giorno?
La risposta è sempre la stessa:
perché la legge sul lavoro voluta dal “nonno presidente” non prevede per i lavoratori precari la tutela delle lavoratrici madri.
Non parliamo di quando, come spesso succede, mi sento un po’ male e ho bisogno di medicine:
lo sai perché devi soffrire?
– Perché se piangi un po’ di più fai gli occhi belli e risparmiamo anche sul collirio. Noi, come ormai avrai capito, non riusciamo ad arrivare alla fine del mese e anche tu devi contribuire a tirare la carretta altrimenti il “Nonno presidente” ci accusa di essere “comunisti disfattisti e menagramo”.
Anzi, figlio mio, se proprio vuoi fare una bella cosa, cerca di mangiare anche un po’ di meno per non contribuire allo spreco delle cure sull’obesità.
Io a dire la verità avevo già sentito parlare di te, perché come certo saprai, noi riusciamo a sentire anche dentro il pancione ma l’idea che mi ero fatta non era certo positiva:
sentire continuamente tutte le maledizioni che i miei, i parenti dei miei e i loro amici, ti mandavano tutti i santi giorni e a tutte le ore non poteva certo renderti simpatico. Poi quando finalmente ho potuto vederti ho cambiato idea: tra tutti i cartoni animati della televisione tu sei sicuramente il più comico.
Il bello sai qual è?
Ho scoperto che non piaci solo ai bambini, anche tutti i grandi, quando ti vedono non riescono a trattenersi dalle risate. Pensa che mio padre che di solito non guarda la televisione di domenica, la domenica scorsa ha voluto vedere a tutti i costi l’Angelus perché era sicuro che accanto al Papa saresti comparso pure tu.
Io per adesso non riesco a capire quello che dici tutti i giorni in televisione, ma a vedere le risate che si fanno i miei, devi raccontare sicuramente delle barzellette molto simpatiche.
Mio padre e mia madre per la verità trovano da ridire sul fatto che, come dicono loro “ il governo sia andato a finire in mano alle macchiette da avanspettacolo” ma a me per adesso le cose dei grandi non interessano, a me basta che tu mi faccia ridere tutti i giorni.
Per adesso ti saluto con l’augurio di una vita lunga, serena e piena di soddisfazioni nella tua professione di comico.

Ps: Io i mille Euro non li ho neanche visti. Mio padre li ha lasciati all’ufficio postale per pagare quelle che i grandi chiamano bollette.



permalink | inviato da il 31/1/2006 alle 19:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Il nazismo è stato sconfitto ma i suoi adepti sono ancora tra noi
9 ottobre 2005
Ho appena finito di leggere il reportage dell'Espresso sul campo profughi di Lampedusa.
Dire che sono sconvolto è poco.
La cosa che mi ha colpito è che in un eccesso di buone maniere, il giornalista Fabbrizio Gatti, infiltrato tra i clandestini, chiama la "merda" in cui lui e i clandestini veri sono costretti a vivere, "liquame".
Io la chiamo merda.
I nazisti sono sempre tra noi.



permalink | inviato da il 9/10/2005 alle 21:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
Non chiamate 892 892
7 settembre 2005
Ho appena visto il paginone del Corriere della Sera con la pubblicità dell'892892:

"892 892
Nati per dare i numeri."

La prima considerazione che mi è venuta subito da fare è che "dare i numeri" era una volta prerogativa dei personaggi che popolano i sogni dei creduloni, e dei "pazzi".
Poi però guardando con la lente d'ingrandimento la solita scritta in basso ho capito cosa significava la scritta:

"Un nuovo sistema per vincere al lotto"

Noi, non voi!

E infatti basta fare i conti per capire quale gallina dalle uova d'oro si sono saputi inventare.
Il costo di ogni chiamata è di Euro 0,03 al secondo più Euro 0,12  di scatto alla risposta:
un minuto di conversazione = Euro1,92.
Come dice sempre il Bonolis di Rai memoria, quasi 4000  del vecchio conio.
E ovvio che se la ricerca è difficoltosa, i secondi aumentano e il salasso anche: cinque minuti = 9,12 Euro = 18000 del vecchio conio.
E tutto questo dal telefono di casa con connessione Telecom, per le altre tariffe bisogna andare sul sito del numero.
Mi immagino già le care nonnine che prima di fare il numero vanno al computer di casa e si collegano al sito per sapere quanto spenderanno.
Il bello è che non si vergognano di farci capire quanto ci ritengonoi imbecilli, infatti lo sglogan continua:
"rispondere alle tue aspettative per noi è una vera passione. E' una questione di testa, non pensiamo ad altro..."
Si premuniscono poi di farci sapere che il 12 e il 412 cesseranno il servizio ma si guardano bene dal dirci che esistono anche alternative gratuite e altrettanto efficienti per sapere il numero di qualcuno.



permalink | inviato da il 7/9/2005 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Tempi di questione morale
19 agosto 2005

Tempi di questione morale, e allora sono andato a rileggermi una pagina bellissima di uno scritto di Norberto Bobbio di pochi anni addietro (1994): “Elogio della mitezza” che si concludeva con una definizione della “mitezza” come “virtù non politica…O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica.
Bobbio perviene a questa conclusione dopo aver analizzato il mondo delle virtù e della scarsa considerazione che la dottrina relativa ha assunto nell’ambito delle discussioni filosofiche occidentali da Aristotile in poi.
E proprio al secondo paragrafo di questo “trattatelo” ci imbattiamo nella considerazione che ci dovrebbe interessare:
“L’analisi delle virtù ha continuato ad avere la propria espressione naturale nelle opere dei moralisti, di cui oggi si sono perdute le tracce. Anzi, nella società del benessere il moralista è considerato per lo più un guastafeste, uno che non sa stare al gioco, non sa vivere. Moralista è diventato sinonimo di piagnone, di pedagogo inascoltato e un po’ ridicolo, di predicatore al vento, di fustigatore dei costumi, tanto noioso, quanto, fortunatamente, innocuo. Se volte far tacere il cittadino che protesta, che ha ancora la capacità di indignarsi, dite che fa del moralismo. E’ spacciato.”
In tutto il trattato, Bobbio, naturalmente, non si occupa mai dei falsi moralisti, ne tanto meno di coloro che per trascorsi e per agire quotidiano, sono da considerare oggetto della riprovazione morale e non giudici della degenerazione morale.
Mai come adesso la confusione regna sovrana: chi avrebbe il diritto di esprimere giudizi morali sta zitto per non essere accusato di moralismo, e chi invece si comporta in modo immorale si permette di giudicare immorale una parte.
Al potere non basta più comandare, vuole anche essere santificato.
“E sempre allegri bisogna andare,
Che il nostro piangere fa male al Re”




permalink | inviato da il 19/8/2005 alle 16:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
Nessun ponte mai!
9 agosto 2005
Il Ponte di Messina: un'opera inutile e pericolosa.
Da troppo tempo ormai le piu' disparate associazioni espongono le problematiche che la costruzione del celebre ponte a campata unica piu' grande del mondo comporterebbe. Dall'altro lato si assiste invano al procedere dell'iniziativa della societa' "Stretto Di Messina".
Arrivati all'estate 2005, ultima estate prima dell'inizio dei lavori, e' doveroso far arrivare la voce della cittadinanza, il frastuono di chi si schiera contro gli interessi di pochi lobbysti che vogliono sventrare uno splendido pezzo di Mediterraneo per costruire un'opera inutile e pericolosa.
Un opera anacronistica ed assolutamente fuori luogo in uno scenario che richiederebbe il massiccio intervento dello stato per la risoluzione dei tanti problemi di base di cui il meridione soffre.
Uno scenario a dir poco tragico se si pensa all'emergenza delle ferrovie e dello scalo portuale ormai insufficienti, alla mancanza di investimenti per il riammodernamento delle autostrade (ed il completamento della storica tratta Messina- Palermo), per finire alla poverta' dell'imprenditoria locale, in avanzata crisi di capitali. Senza contare il beneficio enorme alla criminalizzata con la corsa agli appalti.
Costruire il ponte in queste condizioni, disintegrando la bellezza paesaggistica del luogo, e' pura follia.
La RETENOPONTE2005,
nata dall'unico respiro delle tante realta' politiche del luogo che si schierano contro il volere di pochi, ha organizzato, sulla scia delle tante manifestazioni gia' efficacemente concluse, un grande mobilitazione (la quarta) per le strade del centro di Messina, che faccia capire a quanti (mafiosi e non) si ostinano a promuovere l'idea del ponte che qui giu' in Sicilia e in Calabria il ponte...
NON LO VOGLIAMO.

da indymedia



permalink | inviato da il 9/8/2005 alle 17:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scandali e cattive coscienze
5 agosto 2005
È stato un "mercoledì nero" per l'Italia.
La credibilità è prima di tutto un valore personale. Cos'altro deve accadere, si chiede Massimo Giannini su Repubblica, perché Antonio Fazio se ne renda conto, dimettendosi immediatamente e separando definitivamente la sua immagine privata da quella dell'istituzione che rappresenta?
Ma la credibilità è anche un interesse pubblico.
Cos'altro deve accadere, perché Silvio Berlusconi se ne convinca, esprimendo qui ed ora una "sfiducia" politica sul governatore e riscrivendo subito le regole sulla governance della banca centrale?
Eppure, in questo paese dove tutto è tensione e mai niente è decisione,...

Fazio non si muove,...

e Berlusconi si dà malato.



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SOCIETA'
Terrorismo ... e basta
24 luglio 2005
Prendo spunto dall’editoriale:
Illusionisti pericolosi: la parola terrorismo non va fatta sparire di Giovanni Sartori
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Editoriali/2005/07_Luglio/24/sartori.shtml
per fare alcune considerazioni su quello che sta succedendo in questi giorni nel mondo.
In modo particolare mi vorrei soffermare sulla definizione del fenomeno terroristico o sulle definizioni che i media si stanno affannando a cercare, pervasi, in molti casi, più dalla frenesia del sensazionalismo che l’obbiettivo delle tirature impone, che non da un’effettiva ansia di verità.
Dice Sartori:  
“Sulla definizione del termine i giuristi ancora annaspano, e i dizionari fanno davvero acqua. Eppure la parola ha, per così dire, una sua evidentissima trasparenza semantica: indica un intento, l’intento di terrorizzare al massimo, con qualsiasi mezzo e senza limitazione di bersaglio, il maggior numero di persone possibili”.
Basterebbe fermarsi qui per avere un quadro di riferimento completamente diverso. Ma allora perché i media, i politici, gli analisti, i Vescovi,e gli “intellettuali” si affannano ad etichettare il fenomeno quasi a giustificarlo, sia in negativo che in positivo, concedendogli con questo una legittimità che nessuno a parole vorrebbe mai dargli.
Perché la definizione di “terrorismo islamico”presuppone che gli islamici siano in qualche modo fautori di questo fenomeno e di conseguenza rafforza gli autori delle stragi facendoli diventare il braccio armato di milioni di uomini che tutto vorrebbero meno che uccidere altri innocenti, qualunque fosse la religione o la condizione sociale di appartenenza.
Ma è proprio nell’etichetta, secondo me il problema.
L’etichetta divide il mondo e rende il fenomeno terrorista molto più grande di quello che in effetti rappresenta.
Definire il terrorismo per quello che in effetti è, come fa Sartori, permette di chiamare a raccolta tutto il mondo contro questi fanatici, e non solo una parte.
Significa bruciargli la terra sotto i piedi dovunque essi camminino. Significa riconoscergli lo status di esaltati mentali e in quanto tali magari bisognosi di cure psichiatriche, ma togliergli per sempre la possibilità di pensare di diventare eroi per qualcuno.
Smettiamola quindi di parlare di terrorismo islamico e cominciamo a parlare di terrorismo come pericolo planetario indipendentemente dalla nazionalità o dalla religione “professata” dai kamikaze.
Se è vero che con l’11 settembre è iniziata una guerra, dobbiamo convincerci che questa non ha coordinate geografiche ma soltanto mentali: è la guerra del fanatismo contro al libertà.
E la libertà non é valore appannaggio di una parte del mondo, è un valore che appartiene, o che tende divenire di tutta l’umanità, a dispetto di tutti i fanatismi.




permalink | inviato da il 24/7/2005 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
La stupidità del fondamentalismo
19 luglio 2005
http://gandalf.it/arianna/fondamen.htm

Fra i commenti dei lettori a proposito del potere della stupidità ci sono alcune osservazioni critiche – che meritano qualche approfondimento.
Dice, per esempio, Giacomo Sinibaldi: «trovo che manca la trattazione di un aspetto della stupidità secondo me tra i più “esaltanti”: la stupidità del fondamentalismo». E aggiunge: «Se solo penso al fondamentalismo religioso, politico, sportivo, sociale, economico, ecc. penso che costituiscano sempre più le “riserve di stupidità” più avanzate tra quelle che possiamo incontrare nella realtà dei nostri tempi».
Credo che le fonti di stupidità siano infinite – e in quella enorme molteplicità sia difficile capire quale sia la più “esaltante” o esaltata. Ma è vero che il “fondamentalismo” (o integralismo, dogmatismo, assolutismo, fanatismo, oscurantismo, superstizione... eccetera) è un fenomeno particolarmente insidioso – e imperversante più che mai in un’epoca che si illudeva di essere “illuminata”, civile, libera, consapevole, aperta alle diversità di cultura e alle differenze di opinione.
L’acuta osservazione di Sinibaldi è che non si tratta solo delle manifestazioni più evidenti, drammatiche e discusse (come i “fondamentalismi” religiosi o ideologici). Ci sono atteggiamenti altrettanto perversi in ogni sorta di schieramenti e di pregiudizi. Come le esagerazioni del “tifo” sportivo, gli eccessi della moda, gli stupidi “divismi” (vedi Il problema dell’idolatria)... eccetera... ogni sorta di accecanti e umilianti asservimenti a questa o quella insulsa maniera di essere o di pensare.
Non è necessaiamente sbagliato, né stupido, “schierarsi”. Si può aderire a questa o a quella idea senza diventare fanatici. Si può amare il proprio luogo d’origine senza essere campanilisti, xenofobi o provinciali. Si può essere affezionati alla propria famiglia senza farne un bastione contro il resto dell’universo. Chi pensa che la cucina italiana (con tutta la sua ricchezza di varianti regionali) sia la migliore del mondo non è lontano dall’avere ragione – ma ciò non vuol dire che non sia piacevole sperimentarne, ogni tanto, qualche altra. E può essere altrettanto gustoso cercare i sapori delle idee.
Perfino la tolleranza può essere “integralista”. Ci sono infinite diversità che non sono soltanto “tollerabili”, ma anche interessanti ed educative. Ma ciò non significa che tutto ciò che ci viene proposto sia sempre accettabile – o che per sfuggire a un integralismo sia sensato assoggettarsi a un altro.
Liberarsi dai “grandi” integralismi, potenti e organizzati, può essere difficile – ma è necessario se non si vuole essere, in un modo o nell’altro, ridotti in schiavitù. La proliferante moltitudine dei “piccoli” integralismi può sembrare, relativamente, meno pericolosa. Ma una cosa tira l’altra...
Uno dei modi per combattere la stupidità (e le sue pericolose conseguenze) è chiederci continuamente se stiamo pensando con la nostra testa – o se siamo prigionieri di preconcetti, pregiudizi e abitudini mentali che ci tolgono la capacità di capire





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Quarto corollario alle leggi sulla Stupidità
19 luglio 2005

Quarto corollario da aggiungere ai tre di Giancarlo Livraghi http://www.gandalf.it/home.htm> aprile 2002 alle leggi sulla Stupidità di Carlo Cipolla.

Uno stupido è tale indipendentemente dalla sua volontà.

L'involontarietà è presupposto fondamentale della pericolosità e della imprevedibilità dello stupido




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CULTURA
La saggezza dei grandi
18 luglio 2005
Chissà perchè, leggendo l'articolo - saggio di Oriana Fallaci sul Corriere della Sera del  16 luglio 2005 sugli attentati di Londra mi è venuto da pensare al saggio di Carlo Cipolla sulla stupidità e in particolare alla seconda legge:

Seconda legge della Stupidità secondo Carlo Cipolla.
La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona
Se studiamo la frequenza della stupidità fra le persone che fanno le pulizie nelle aule scolastiche, vediamo che è più alta del previsto. Immaginiamo che questo sia dovuto al loro basso livello di educazione – o al fatto che le persone più intelligenti ottengono più facilmente un lavoro più qualificato. Ma quando analizziamo gli studenti e i professori la diffusione è la stessa.
Le femministe militanti, osserva Cipolla, potrebbero irritarsi; ma il fatto è che il fattore stupidità è uguale fra maschi e femmine (o in quanti altri “generi” possiamo considerare). Non c’è alcuna differenza nel “fattore sigma”, come lo chiama Cipolla, per razza, colore, etnia, cultura, livello scolastico eccetera.




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LONDRA... e non solo!
15 luglio 2005
La ragione
non trova più la strada.
C’è nebbia sul confine
tra il bene e il male.

Allontanarla,
è l’ultima risorsa.

Troppo coraggio,
...fatica inutile.
Inumano lo sforzo
per capirne l’origine.

Lungo tortuosi cunicoli
di linfa vitale,
meglio che scorra...
A ricoprire
di cinica rassegnazione,
l’ipocrita dimora del sentimento.

Nebbie della ragione
induriscono il cuore.




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letteratura
C‘era una volta…
9 luglio 2005
Quando
Dove?...
E’ sconvolgente come due opportune domande rivolte al narratore in modo logico ma disarmante, magari da un ragazzino anche ben disposto ad ascoltare, riescano ad interrompere, come in un corto circuito elettrico, la buona disposizione al racconto del narratore di turno. E’ pur vero che nell’antica tradizione dei racconti accanto al focolare, il nonno o comunque la persona anziana aveva affinato la tecnica per superare questi momenti disarmanti. “Tanto tempo fa”, “in un tempo molto lontano”, “nei tempi dei tempi”, oppure, “in un posto molto lontano da qui”, “nel paese del re curioso”, “nel mondo dei ragazzi che sanno farsi i fatti propri”, erano alcune delle risposte che facevano si che il racconto potesse riprendere tra le risate generali e l’apparente appagamento della curiosità del ragazzino. Ma se riflettiamo bene sulle domande impertinenti, ci rendiamo conto che esse non sono altro che un grimaldello che il ragazzino tenta di usare per inserire quella storia, fin dall’inizio in precise coordinate spaziali e temporali. Nel suo elementare quadro spaziale e temporale, prima e dopo, lontano vicino, ha pur sempre bisogno di coordinate che lo aiutino a capire. Tanto più se la fonte del racconto, il nonno, rappresenta la principale figura di riferimento nell’economia della tradizione orale. D’altra parte, il vecchio contadino ha bisogno di rimanere nel vago non tanto perché non ci sono dei dove e dei quando precisi nella sua storia, ma fondamentalmente perché è proprio nell’assoluta indeterminatezza che si fonda il mistero e il fascino della sua narrazione. E’ lui solo a conoscenza del dove e del quando, solo lui può, se vuole, svelarlo, solo lui deciderà quando farlo. E’ nello stesso tempo negazione di privilegi e promessa di un futuro di complicità. Il ragazzino non può sapere che quel “c’era una volta” garantisce la veridicità della storia a prova di confutazione storica e logica. “C’era una volta” è garanzia di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e garanzia di coerenza col tempo e con i luoghi reali dell’ascoltatore. Ma, nello stesso tempo, diventa l’attributo fondamentale dell’universalità dei tempi e dei luoghi favorendo la creazione di un non-luogo e non-tempo dove quella storia può avvenire senza perdere i connotati logici che un luogo e un tempo definiti renderebbero problematici. “C’era una volta” diventa anche la frase iniziale distintiva tra la storia fantastica e la storia reale, un marcatore che rimane nella nostra memoria, un segnale posto sul confine tra la storia reale e la storia immaginaria. Le domandi impertinenti del ragazzino ci costringono a riflettere sulla non casualità delle formule narrative, su come l’arte della narrazione nella tradizione orale abbia saputo creare, nella sua lunga storia rispetto alla scrittura, formule “magiche” risolutive rispetto alle sue effettive potenzialità. Le ridotte capacità della memoria del singolo si esaltano, attraverso queste formule magiche, nella memoria collettiva che esse riesco a creare.Il carattere evocativo delle formule iniziali rende l’ascoltatore soggetto attivo della storia e lo costringe a sforzarsi di trovare nei luoghi della sua fantasia la dimensione dei luoghi e dei tempi della storia. E’ in questo modo che l’intrinseca volatilità della memoria umana si trasforma in  patrimonio culturale indelebile. In questo senso la tradizione orale ha rappresentato, per millenni, il fondamento di tutte le civiltà “pre-storiche”. La scrittura non ha eliminato questo fondamento, e per certi versi lo ha esaltato, ma con la sua aumentata trasmissibilità, ha ridotto a fenomeno elitario quello che era un patrimonio planetario.



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letteratura
L'autore inesistente
9 luglio 2005
Cos’hanno in comune Le Corbusier, Donnu Pantu e Bob Dylan? Poco o niente a prima vista; il primo è notoriamente uno dei padri dell’architettura moderna, il secondo è il licenzioso poeta di Aprigliano del 1600, il terzo è il grande folksinger americano, un mito vivente anche del rock e del blues. Sembra che non ci sia nessun punto di contatto tra di loro, ma a ben sapere tutt’e tre questi nomi non sono altro che psuedonimi di tre persone che nella loro vita si chiamavano (e si chiamano ancora nel caso di Dylan) rispettivamente Charles Jeanneret, Domenico Piro e Robert Zimmerman. Bisogna proprio chiederselo come mai una persona lascia il proprio nome e ne assume un altro.
Abbandoniamo subito la psicologia, le turbe psichiche, il gioco del nascondino: la gran parte di coloro che si presentano ad un pubblico con un nome che non è quello anagrafico non ha problemi di questo tipo — anzi. Tra di loro ci sono persone che nel corso della loro vita hanno mostrato coraggio, chiarezza di vedute e sensibilità certamente fuori dal comune. Via dunque le analisi psicologiche e affrontiamo il caso da un punto di vista artistico. Sì, perché quello che certamente accomuna i tre personaggi sopra citati è il fatto di essere in qualche modo impegnati in lavori che hanno a che fare con la creatività e l’arte. Tanto è stretto il nesso tra pseudonimia e creatività che non è azzardato partire proprio da qui per cercare di capire cosa gira intorno al fenomeno. Non è comunque un affare recente; William Shakespeare sulla relazione tra nome e persona ha scritto nel 1594 una delle più belle pagine di ogni tempo. Nella seconda scena del secondo atto di Romeo and Juliet, Giulietta Capuleti invita Romeo Montecchi ad abbandonare il proprio nome e a prenderne un altro, e questo perché Romeo ha il cognome della famiglia in aspra e continua lite con quella dell’amata. “Cosa c’è in un nome?” gli dice Juliet, “Non è la mano, non è il piede, non è il braccio, non è il volto né qualsiasi altra parte del corpo di un uomo.” Cerchiamo di vederci meglio. Dobbiamo subito mettere da parte quei casi di pseudonimi adottati da persone che hanno inteso rendere più semplice la pronuncia del loro nome e cognome anagrafici, come per esempio ha fatto Sofia Scicolone quando ha cominciato a fare l’attrice e ha scelto di chiamarsi Sofia Loren. Mettiamo anche da parte quelle scelte dettate da ragioni di marketing e di stile, come Carlo Pedersoli, meglio conosciuto come Bud Spencer, o Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski il quale, quando ha cominciato a scrivere racconti in inglese, ha firmato i suoi capolavori narrativi con il nome di Joseph Conrad — è lui l’autore di Cuore di Tenebra (1899), da cui è stato tratto il film Apocalypse Now (Francis Ford Coppola, 1979). Mettiamo anche da parte quei casi di pseudonimi che in realtà non sono altro che diminuitivi del nome, come Totò (da Antonio, Antonio De Curtis), o Woddy Allen (da Heywood Allen Stewart). Non è che questi siano casi di scelte compiute con faciloneria; farsi chiamare con un nome non proprio non è mai un affare di poco conto. Mi pare però che siano più evidenti in questi esempi ragioni pratiche o casuali, come il caso dei diminuitivi.
Ci sono poi i casi che lasciano spazio a riflessioni più profonde, che riguardano generalmente i modi in cui l’autore intende collocare la sua opera nel mondo. Questa collocazione in effetti non è che l’ultima di una serie di scelte che l’autore compie a partire dal momento in cui concepisce l’opera fino a quando la licenzia. Vorrei puntare l’attenzione su uno di questi momenti: quello in cui l’opera nasce o, per meglio dire, viene in possesso dell’artista.
Il poeta irlandese William Butler Yeats a questo proposito affermava che vi è un preciso luogo dove le opere d’arte risiedono, luogo che chiamava spiritus mundi; diceva che certa gente quando crea non fa altro che raggiungere questo luogo, prendere la roba artistica e tornare indietro. (Molte altre persone nel corso dei secoli hanno parlato di questi luoghi, ma Yeats mi è rimasto più in mente perché a quel luogo ha dato un vero e proprio nome.) L’atto creativo, secondo l’Irlandese, sembra quindi contenere in sé un lungo tempo di magico attraversamento, un viaggio più o meno intimo per luoghi lontani e che ci fa sentire diversi. Parliamo allora adesso proprio di quei casi di persone che nell’adozione di un diverso nome mostrano segnali di una concezione dell’arte come un luogo altrove. Così, non è certo un cattivo nome Ettore Schmitz, ma lui ha firmato La Coscienza di Zeno (1923) con il nome di Italo Svevo. Ogni pseudonimo a questo punto meriterebbe una trattazione a sé; per esempio il nome appena scritto non è altro che un composto di due nazionalità, per giunta non più attuali, ma appartenenti alla storia antica e medioevale: Italo significa abitante dell’antica Italìa, l’Italia prima dei Romani; Svevo è l’abitante di una regione storica della Germania sud-occidentale, il cui esercito ha invaso l’Italia nel corso del 1200. Due antiche nazionalità, due nomi che comunque suonano bene insieme. Sembrano derivare proprio da una qualche ponderata scelta, ma non è possibile parlarne oltre rimanendo costantemente nell’ambito delle certezze. Allo stesso modo ha giocato poi Carlo Alberto Salustri quando ha deciso di firmarsi Trilussa: il nome del poeta romano non è altro che un anagramma del cognome, ed è anch’esso determinato da una particolare esigenza di estraneità, non certo dal caso. Si dice poi che Robert Zimmerman abbia scelto un cognome come Dylan per rendere in qualche modo omaggio a un grande poeta gallese, Dylan Thomas; ma non credo che se qualcuno chiedesse a Bob di confermare questa motivazione lui risponderebbe qualcosa di definitivo; mi sembra comunque un inconfondibile procedimento evocativo. Anche il caso di Agatha Christie sembra appartenere a questo ambito; anagraficamente era Agatha Mary Clarissa Miller. Agatha Miller poteva anche andare bene, ma scelse uno pseudocognome totalmente nuovo. Le doveva piacere vestirsi d’altri panni nel momento di scrivere i suoi appassionanti e fortunati thriller — una volta si firmò anche Mary Westmacott.
Il caso più straordinario è certamente quello del portoghese Fernando Pessoa, nato nel 1888 e vissuto fino al 1935. Ha scritto una gran moltitudine di opere letterarie firmandole con diversi nomi, creando persone fittizie con vere e proprie biografie e stili di scrittura.
Il bello è che solo dopo la sua morte è cominciato a venire alla luce qualcosa di questo mondo di persone che vivevano dentro di lui. In vita lui ha pubblicato col suo nome solo una raccolta di poesie e forse qualche altra cosa. Per molti anni i critici si erano fatti l’idea di una letteratura portoghese ricca e variegata, con personaggi quali Alvaro De Campos, Bernardo Soares, Ricardo Reis insieme al padre letterario di tutti: Alberto Caeiro; ebbene, erano tutti nomi creati dalla sua felicissima fantasia — straordinario. Molti scrittori in effetti credono davvero di avere moltitudini dentro di sé, anche in aspra contraddizione a volte. è una condizione comune; mi viene in mente il poeta americano della beat generation Allen Gingsberg, che spesso riceveva per queste sue ‘moltiplicazioni’ critiche del tipo: “Ma tu ti contraddici!” Non so se Gingsberg avesse mai letto Pessoa, ma in una poesia scrisse per risposta a quei mediocri: “Mi contraddico? Bene, allora vuol dire che contengo moltitudini.”
Un altro ambito di pseudonimia si sta sviluppando oggi in Italia e nel mondo, che lega la letteratura propriamente detta al software; meglio: lega i diritti di tutela delle opere letterarie e quelli del software. Si tratta del fatto che a volte la legge sulla proprietà intellettuale funziona come una vera e propria trappola per la diffusione delle idee e dei saperi. è nato così il copyleft, un bel gioco di parole che fa il paio con il ben conosciuto copyright. Si tratta, in poche parole, di lasciare che le opere messe in circolazione col sistema copyleft possano essere liberamente utilizzate, divulgate e addirittura modificate a patto che si osservino queste disposizioni: 1) che non lo si faccia a scopo di lucro (nel caso contrario si devono pagare i diritti secondo il sistema del copyright), 2) che si distribuisca l’opera con le stesse disposizioni di partenza e 3) che si citi in fondo allo scritto o al programma il nome del creatore. è una pratica che si sta diffondendo enormemente anche tra le più grandi star della musica, americani in testa. In letteratura accade addirittura che l’autore che scrive qualcosa e la immette sul mercato con la dicitura copyleft usa spesso uno pseudonimo! È il caso del famoso Luther Blisset, un nome usato da più di un individuo; ma anche di Wu Ming.
Con questi nomi sono stati pubblicati romanzi e saggi stampati da prestigiosi editori; sono stati vinti premi, organizzati convegni e molto altro. Dietro questi ‘titoli’ ci sono persone reali che hanno in gran parte rinunciato alla notorietà e all’idea dello scrittore bravo, ispirato e famoso, chiuso nel suo lavoro. Se per Pessoa si parla di multipla personalità, nel caso di Blisset e Wu Ming si parla di nomi collettivi, cioè lo stesso nome usato da più persone. Tra l’altro, la lingua inglese in questo caso aiuta a riempire il copyleft di un significato politico. Infatti left è il participio passato del verbo lasciare, significa quindi lasciato, cioè: ‘diritto d’autore lasciato’ — cosa che in effetti l’autore fa: lascia agli altri il diritto di utilizzare la sua opera (sempre a condizione, come detto prima, che non la si usi a scopo di lucro, che si continui a usare il copyleft e che si citi la fonte). Però in inglese right oltre che diritto (in senso legislativo) significa anche destra, mentre left, guarda caso, oltre che lasciato significa anche sinistra! Il tema ha davvero un aspetto storico di grande rilievo, e non certo solo per questo gioco linguistico.
Non mancano infatti quotidianamente casi di attualità politica (proibizione a pubblicare, sequestri di server, politiche sulla privacy, sviluppo di sistemi planetari di controllo sociale, strane intrusioni sulle linee telefoniche, anonime rivendicazioni di crimini via internet, commercio illegale di nomi e indirizzi) che possono testimoniare quanto il mercato mondiale della comunicazione subisca ovunque un forte e continuo controllo. Ci sono persino seri teorici che si posizionano ancora oltre i territori della sinistra, e che credono che la pseudonimia, il nome collettivo o l’anonimato possano addirittura funzionare come una leva per scardinare un sistema sociale e politico superautoritario che sulla identificazione fonda le basi della propria sopravvivenza.
Si tratterebbe di vera e propria ribellione intellettuale a una logica dove i ricchi (editori, proprietari di mezzi di informazione e comunicazione, grandi aziende dell’informatica) si fanno sempre più ricchi mentre il 99,9% della popolazione deve per forza di cose ascoltare e consumare tutto quello che essi decidono di far circolare o di trasmettere; è una specie di lotta che si attua in modo non violento e, soprattutto, senza commettere alcun reato. Copyleft a parte, sono molti ormai nel mondo gli artisti, gli scrittori, gli informatici, ma anche i grandi musicisti che decidono di far circolare le loro opere con la dicitura è permessa la duplicazione senza scopo di lucro.
In questo modo le idee e i saperi circolano più liberamente, mentre (Wu Ming ne è uno straordinario esempio) si scopre addirittura che questa pratica non è in contrasto con la vendita del prodotto: anzi, più lo rendi libero più si vende, come l’alcol dopo il proibizionismo negli Stati Uniti degli anni Trenta — proibire, infatti, è un verbo che i ricchi e potenti amano usare con particolare frequenza. C’è da dire che anche qui in Calabria sono cominciate a circolare opere con questo sistema, senza copiare idee nate altrove, ma partorendole autonomamente e in seguito a storie e esperienze locali, segno che i giovani della Regione partecipano a questi movimenti sociali con grande spirito innovativo, puntualità e naturalezza. Sulla scia di Donnu Pantu.
Potrebbe essere allora vero che, quando parte con un progetto creativo, l’Autore che usa uno pseudonimo rinnega la sua ordinaria personalità e si prepara ad adottare un nuovo punto di vista. Questo semplice passaggio forse lo allontana dal mondo, funzionando proprio come un innocuo click che in un momento lo libera dalle catene della quotidianetà. A questo proposito scriveva l’agitatore e scrittore politico russo Michail Bakunin negli ultimi anni del 1800: “Gli uomini ci appaiono come esseri assolutamente e fatalmente determinati. Determinati prima di tutto dalla natura circostante, dalla configurazione del suolo e da tutte le condizioni materiali della loro esistenza; determinati da innumerevoli rapporti politici, religiosi e sociali, dai costumi, dagli usi, dalle leggi, da tutto un insieme di pregiudizi o pensieri elaborati pian piano nei secoli e che essi nascendo trovano già pronti in quella società di cui non sono affatto i creatori, ma dapprima i prodotti e poi, più tardi, gli strumenti.” Ecco: con un semplice cambiamento di nome alcuni autori riescono ad assumere un punto di vista nuovo e enormemente più libero da cui guardare l’intero mondo, come se per magia si scrollassero di dosso tutto quello che Bakunin ha individuato così chiaramente. Richiudiamo la porta che dà sul nulla: l’Autore in questo modo non si nasconde; la scelta della pseudonimia non è pavida - è un semplice meccanismo, banale ma utilissimo nell’arte, come lo è un cacciavite per liberare una vite dal legno. O per ficcarcela.
Allora mettiamola così: se una persona usa per la propria attività creativa uno pseudonimo può anche darsi che abbia dei problemi con la comunità in cui vive, o che sia la comunità (e per esteso il mondo intero) che a suo parere abbiano dei problemi con lui. Problemi del tipo che non c’è giustizia, per esempio — la giustizia sociale è importante. O che non sono garantite libertà fondamentali, come quelle del libero scambio di idee, persone, merci. Ecco, di questo non ne posso essere sicuro al cento per cento, ma a volte penso che la scelta pseudonimica si eserciti maggiormente quando l’autore ritiene che la società in cui vive sia autoritaria o conformista, o religiosamente fondamentalista. Quando per esempio grandi criminali commettono abusi e non sono condannati e invece i piccoli ladri vanno sistematicamente in galera. O quando c’è paura di dire le cose per come stanno; non le puoi dire perché altrimenti passi i guai. Quando le verità non si possono dire perché se no si va in galera e invece si devono dire (specialmente in pubblico) le bugie per fare carriera e soldi o almeno per starsene tranquilli. Quando allora l’Autore ritiene che il mondo si trovi in questa situazione o in una simile, e vuole in qualche modo distaccarsene, ecco che è più facile che nasca l’esigenza dello pseudonimo. Emblematico è il caso dello scrittore irlandese Oscar Wilde, uno dei più grandi geni in assoluto della letteratura mondiale, il quale dopo essere uscito di prigione ha scritto due delle sue migliori opere firmandosi con un altri nomi: una volta C.3.3. (un numero di matricola della prigione di Reading) e poi Sebastian Melmoth, sinistro nome contenuto in un certo romanzo gotico. E chissà se anche Michele Pezza, meglio conosciuto come l’imprendibile brigante Fra Diavolo (primi anni del 1800), non provasse una sensazione simile nel riconoscersi più con quel diabolico nome che con quello anagrafico. Anche Pablo Neruda potrebbe aver provato un qualcosa di simile, o George Orwell - chi se li ricorda più i loro veri nomi? Allora aveva proprio ragione William Shakespeare a far dire a Giulietta Capuleti: “Cosa c’è in un nome?”
E se invece come nel film Matrix (Andy and Larry Watchoski, 1999) noi e il mondo non siamo altro che un programma che sta girando su una enorme rete di computer? A questo punto a chi importerebbe più del nome? Come uno si chiama o come non si chiama. Ciò che è importante a questo punto sarebbe cosa stai facendo. Cosa dici e come lo dici, cosa comunichi nell’animo del tuo spettatore, che scopi ha l’opera che hai creato, come si configura nel mondo e che ruolo vi svolge. E il nome dell’Autore a questo punto non ha più alcuna importanza, reale o fittizio che sia; è solo l’opera che si pone davanti ad ogni cosa. Dopotutto, pochi sanno chi ha composto il brano musicale Autumn Leaves — l’autore è Joseph Cosma. Ma se al suo posto ci fosse un altro nome, cosa cambierebbe? Niente. L’avvolgente brano (si muove su ciclici passaggi di accordi di quarte) interpretato dai più grandi jazzisti sarebbe rimasto sempre quella cosa magica che è. E allora forse fanno davvero bene quelli che giocano sui nomi. Perché il nome non ha alla fine alcuna importanza nel nudo processo di lavorìo dell’opera tra gli umani — come ben sapevano molti antichi cantori di gesta epiche o di numerosissime ballate medioevali: tutti anonimi. Il nome in certi contesti si pone addirittura come un ostacolo alla piena comprensione dell’opera, che è il solo oggetto per cui vale la pena di lavorare. Dal punto di vista economico, è naturale che l’Autore riceva dei compensi quando la sua opera è oggetto di altrui guadagno, ma dal punto di vista storico la relazione tra la sua persona è l’opera è in pratica molto vicina al nulla. Il nome di chi scrive diventa così un puro artificio, un semplice costume.
L’Autore in teoria può avere qualsiasi nome — o non averne proprio.

Felice Campora



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IL CANNOCCHIALE